domenica 20 settembre 2015

La Loggia di Armand, 21 episodi di autentico Horror...ma come fare per vederla?

Ci siamo. Dopo aver visto una quantità di serie tv che scimmiottavano le solite cose, dopo aver scacciato mia moglie dal salotto e aver decimato i miei amici più coatti, credo finalmente di aver trovato un filone cinematografico che possa soddisfare le mie esigenze di orgoglioso antispettatore.
Questa possibilità si è manifestata grazie agli Incontri agli Orci di Pecchioni, trovati quasi per caso su un vecchissimo post in un google groups e da li su Youtube..ora lentamente mi si sta aprendo un mondo.

Il collettivo Punto zero di Torino, che proiettò a inizio anni ’00 molti corti (compreso i suddetti Incontri) ha partecipato alla produzione di una serie di ben 21 episodi, una fiction di ispirazione post-porn-horror (?) diretta dal misterioso Armando Armand. La serie è passata al ToHorror.
Il trailer sta youtube e anche su Vimeo, comincia piano ma poi spacca, si capisce che nei ventidue episodi c’è un po’ di tutto, tutto quello che dovrebbe stare dentro una webserie underground (anche un po’ di sesso e sangue perché no) e che i soliti lavoretti rileccati dei giovani registi italiani non ammettono.
La Loggia potrebbe nascondere il prototipo della serie underground più pura e incorrotta....

Purtroppo non sembra che questa serie sia visibile in streaming, perché? Perché l’autore non ha pubblicato i ventuno episdi come webserie sbaragliando lo scenario perbenista di youtube?
C’è da indagare. Il famigerato Armand compare sull’utenza di youtube con una maschera inquietante ma non sembra possibile contattarlo.
Se qualcuno che legge sa dove posso trovare il dvd di questa serie me lo scriva di commento, sono in astinenza da un sano, denso, cerebrale, lacerante Horror!


La prima webserie underground italiana, Incontri a Gli Orci e il cinema infero

Dopo essermi fatto una piccola cultura sulle webserie italiane e averne considerati i pregi e i difetti ma soprattutto le contraddizioni mi sono convinto che per comprendere il loro “perché” si deve andare alle origini, forse ancora prima che fosse in uso la definizione “webserie”.
Ho fatto ricerche su altre keywords venendo a conoscenza di corti amatoriali-underground e specialmente di una strana "serie" attiva dal lontano 1999. Sto parlando di “Incontri agli Orci” (pessimo il titolo!), una serie di cortometraggi da cui in seguito gli autori hanno ricavato un lungo-documentario dal titolo “Il mio cinema infero” (molto meglio!) uploaudata in tempi recenti.

La mia opinione è che in questo “cinema infero” ci siano tutti i presupposti di un'autentica webserie underground. Si parla di quasi vent’anni fa e i mezzi erano assolutamente amatoriali ma già permettevano di esprimere in libertà contenuti inammissibili in televisione perché radicalmente cerebrali, sottocutanei, e critici nei confronti della realtà media. Le atmosfere horror di questi cortometraggi scaturiscono dal confronto con un inconscio-doppione dei personaggi che in ogni puntata prende vita, districandosi dalle paranoie dei dialoghi e creando un feedback narrativo secondo uno schema che si ripete. La bassa definizione (attenzione, in certi punti è davvero pesante, quasi impossibile da tollerare) crea un alone amatoriale ma anche tipicamente horror che ricorda soprattutto TBWP anche se qui il linguaggio è abbastanza normale se così si può dire…

La grande differenza dalle più recenti serie horror-commedy-amatoriali sta forse nel fatto che questi video sono messi in serie da un manifesto programmatico più che da una storia che continua di puntata in puntata. All’alba di questo millennio gli autori promisero di girare tutti i corti nella stessa casa (una villa che si chiama Orci) e esclusivamente di notte (salvo i prologhi, recita la voce all’inizio). Tra le altre regole: in tutte le storie uno dei personaggi dovrà condurre gli altri in un gioco o un racconto che possa aprire una situazione parallela e da qui la nascita del doppione.
Nella serie i protagonisti sono tutti ragazzi che abitano nella villa, ognuno ha la sua camera, alcuni personaggi si ripetono ma ogni volta sembrano ricominciare dall’inizio. Ci sono davvero tante, tante parole…dialoghi a volte molto lunghi che si gonfiano intorno a problemi bizzarri e un po' ironici. La recitazione tende al "finto", a volte sembra si tratti proprio di una scelta ma spesso lascia obbiettivamente a desiderare. Alcuni personaggi sono sostanzialmente insopportabili…. e certe scene sembrano fatte per allontanare lo spettatore come se si volesse fare selezione...
Alla fine non ci sono i nomi degli attori, solo del regista Lorenzo Pecchioni che sembra si sia occupato soprattutto di videoarte.

Impossibile vedere gli episodi in serie, ma solo questa sintesi che incollo che comunque dura ben più di un’ora. Gli episodi da quello che ho capito sono circa una dozzina, dove sono finiti? Su youtube c’è solo qualche frammento e solo il IX è completo.

Anche se ci sono molti limiti tecnici e artistici chi ha pensato questa serie mostra una consapevolezza che è diventata rara e credo che i moderni registi di webserie dovrebbero studiarsi una serie come questa, stando attenti alle differenze tra un “horror” che vuole realmente andare a fondo nonostante tutto e tutti (e forse anche se stesso), e un horror “di posa” che procede sulla convenienza mondana e i narcisismi dei singoli.
Ho trovato tracce di rudimentali upload in una vecchia pagina nel sito della casa di produzione che mi hanno mandato in tilt il Mozilla… vent’anni fa non era così semplice farsi conoscere vedere su web ma di fatto questi Incontri agli Orci possono essere considerati la serie antesignana delle webserie italiane!
Cari registi del 4k, attaccate il computer al tv (meglio se avete un vecchio catodico) e vedetevi questa serie veramente “infera”. 



giovedì 17 settembre 2015

Il trash di Braxel riporta il fuoco sull'underground


La mia indagine sulle webseries si è fatta più frettolosa e lo ammetto, arrogante. Avrei voluto scrivere un altro post su una serie da top-ten ma non riesco ad applicarmi. Manco riesco a superare i primi minuti di serie coatte come Dams, o peggio Jump! in cui si scimmiotta il già visto. Ho provato Tramonto rosso ma mi sono arenato sui titoli iniziali con le loro grafiche pulp (quante ne abbiamo viste!)  poi, facendo seeking, la fotografia delle prime scene mi ha allappato. Magari continuerò un altra volta, sicuramente qualcosa di buono c’è ma stasera ho bisogno di altro.

Insomma questa volta non ho voglia di mettermi a stroncare chirurgicamente il lavoro (il tempo e il sangue) di questi maestri adolescenti della fotografia e della sceneggiatura applicata. Già hanno perso abbastanza tempo loro, dico tra me e me. O se volete mi inchino ai toni verdastri, ma per favore passiamo oltre.
Ma sì ho la presunzione d’intuire solo in poche scene se gli autori hanno avuto “accesso” a un’idea di cinema primigenia, lucida e intellettualmente viva, fondata sulla ricerca ma soprattutto sulla sincerità verso se stessi e il proprio mondo…o se non gli si è aperto nemmeno uno “spiraglio”....
Così ho provato a cercare qualcosa di diverso cambiando le chiavi, usando criteri diversi, ma niente, o peggio. Poi mi sono ricordato di qualcosa che avevo escluso all’inizio della mia indagine, forse perché esteticamente mi sembrava lontano da quello che di solito identifichiamo con le webserie.
Sto parlando di Braxel, una serie trash-intellettuale di cui ho deciso di vedermi qualche puntata...in barba alle critiche e agli amatori-professionisti.

Sì perché penso che gli autori di Braxel uno “spiraglio” lo hanno visto aprirsi davvero….. Anche se mi sembra evidente, e se ne saranno resi conto loro stessi (certe cose si metabolizzano dopo qualche mese) che non basta appellarsi alla recitazione “teatrale”, alle “scelte stilistiche” (malauguratamente intese come difetti) e ad un linguaggio “originale” per cancellare i seri limiti artistici del proprio lavoro. Che spesso non dipendono dai limiti di budget o altre cause materiali, ma semplicemente dalla scarsa capacità di sviluppare la propria cifra stilistica fino a renderci una poetica coerente-efficace.

Braxel sarebbe piaciuto a qualche mia conoscenza che negli anni ’90 si era fissata con il trash intellettuale e passava dai Turchi di Carmelo Bene al Tromeo di Lloyd Kaufmann con una serenità d’animo che oggi mi lascerebbe più che perplesso.
In un certo senso Braxel mi mette un po’ di nostalgia, è indubbio che questo prodotto sà di datato.
Beh, almeno per stasera non ho avuto quel ghigno che mi viene senza volerlo, quando Altri riescono a prendermi con i loro schemetti narrativi del cazzo…
Forse ho capito che per superare il "paradosso delle webserie" (vedere gi scorsi post) devo andare più a fondo, forse fin là dove questo concetto nemmeno esisteva.


martedì 15 settembre 2015

La cronica normoticità di Geekers

Stasera è tornato il Tuccia e abbiamo pensato di continuare la nostra promenade nel mondo delle webseries youtubiane, d'altronde mia moglie ha dato forfait dopo quella del ragazzo-fantasma che parla con se stesso zombie (difficili le ragazze degli anni '90...) e certe cose è meglio se non le guardi da solo...
Seguendo i consigli di una nota topten abbiamo cominciato la visione di Geekers, che essendo un horror commedy poteva regalarci qualche aggancio al nocciolo originario delle underground series, quello più "controculturale" e esteticamente sovversivo (da cui, un tempo, scaturivano i riferimenti all'horror).
Per chi comincia a seguirci ora: la nostra indagine è volta a svelare quello che abbiamo definito "paradosso". Perchè le webserie, che sono identificabili come genere proprio perchè nascono "dal basso", con pochi soldi e tante idee, hanno sempre meno idee, tanti soldi e ci guardano "dall'alto"?

Probabilmente per molti tra coloro che leggono questo post il problema non esiste o non si pone: una webserie è semplicemente una serie che va su web. Ma dico: se il web è sempre più tutto e ovunque, perchè parliamo di webseries e non semplicemente di series? Forse proprio perchè le prime si distinguono per una tendenza indipendente-individualista e per possibilità personali-originali che il web permette di esprimere.
"Cosa si può fare oggi grazie al web?". Ma la risposta è: le solite cose, e ancora di più le solite, però "meglio"...con più tecnologia...." E si torna al paradosso di cui sopra.

Se esiste un problema di definizione, e quindi di oggettività, allora questo Geekers proprio non ci aiuta anzi rappresenta l'ennesima involuzione. Lo dico pur riconoscendo l'assoluto sbattimento produttivo (io non sono mai riuscito a portare a termine grossi progetti, quindi per me questi ragazzi restano "alieni"...complimenti).
Geekers è una scaletta di luoghi comuni narrativi che non ho realmente la forza di analizzare, fatta da e per persone che vivono una realtà media, normotica e solo vagamente coatta ai quali non riesco a invidiare nulla, tanto meno i successi o le tette della protagonista.
Sono confermate tutte le perplessità sulla genuinità della recitazione, sul disinteresse ad osare un confronto con i soliti schemi narrativi. E poi c'è questa impressione, mentre si guarda con il solito ghigno da ebeti stampato in faccia, che niente sia lì per rivendicare il suo statuto emotivo, gridare il suo essere, quanto per ottenere con semplicità risultati "commercialmene" efficaci (=il sorriso da ebete con la sua recondita matrice masochistica).

...Tutto doveva succedere eccetto arrivare a rimpiangere il ragazzo che parla con se stesso zombie!!! che con il suo fare da venditore porta-a-porta riusciva almeno a farti venir voglia di prenderlo a ceffoni.
Questi primi 4 episodi mi hanno lasciato completamente sfibrato, mi hanno stancato, ho fermato perchè ormai pensavo ad altro, solo il Tuccia sarebbe andato avanti ma forse è per via della grappa.
Diciamo che per ora hanno vinto loro, i loro zombie che non hanno niente di realmente ironico, le loro commedie che farebbero inorridire i maestri della Commedia. E ammetto comunque che le mie facoltà intellettuali sono tartassate. 
Come spettatore critico, sono vinto da un nemico che non riconosco tale, a cui consiglio, forte delle sue vittorie, di ritirarsi in qualche monastero a meditare sul senso della sua attività. E tornare al lavoro tra qualche anno - la forza c'è, la produzione è notevole, ma manca il coraggio di far qualcosa di più autentico.

Perdonatemi, stasera ho perso pure il sarcasmo.
Da dove si ricomincia, domani? Avanti i prossimi.












lunedì 14 settembre 2015

La webserie sul ragazzo che parla con se stesso diventato zombie - continua l'indagine

Prosegue la mia indagine personale sulle webserie indipendenti italiane. Un’indagine quasi certamente destinata al fallimento visto che le webserie che spesso nascono in un clima low-budget e dilettantistico si evolvono poi quasi tutte in senso commerciale. In altri casi nascono già in un contesto di marketing come appendici di altri prodotti - eventi (penso a Milano Underground). Quindi di “indipendente” c’è davvero poco, ormai siamo nel 2015 avanzato, siamo tutti ben tritati da decadi di mass-medializzazione, le nuove generazioni sono cresciute in un ecosistema in cui certe categorie, come appunto “indipendenza” non servono più a sopravvivere intellettualmente, al limite servono ad ibernarsi con serenità. Ed è già tanto!
Eppure se le webserie esistono e sono riconoscibili come genere, è perché attingono ancora all'estetica amatorial-onirico-individualista, e inevitabilmente critica, delle produzioni low-budget della fine dello scorso millennio. Com’è possibile? E' forse un paradosso?

Stasera in cerca di qualche elemento in più mi sono visto Di come diventai Fantasma e Zombi, una webserie che ha avuto il suo successo ma che non conoscevo. Le premesse erano buone vista la tematica horrorifica e l’impostazione drammaturgica speculare (il protagonista convive con lo zombi di se stesso).
Ma anche se la storia è godibile e tutto sommato convincente, ho trovato sostanziale conferma al paradosso suddetto.
In questa serie non avverto niente del potenziale d’inquietudine né tanto meno ironico di cui i malaugurati zombies possono essere catalizzatori. Qui, oltre alla banalità dell’impianto narrativo che è efficace solo perché perpetuamente idoneo all’intrattenimento, esiste probabilmente un problema di recitazione. O meglio, di "opinioni" sulla recitazione...
L'analisi forse ci porterebbe troppo lontano. Dovrei ad esempio riallacciarmi ai discorsi fatti l’altra sera con l'amico Tuccia mentre guardavamo il film su Ligabue (il pittore, non il cantante) e constatavamo la sottile differenza tra la sintesi artistica di un personaggio schizofrenico e la messa in scena schizofrenica del personaggio di un artista. Qui succede la stessa cosa ma con il narcismo... Troppo, trooooppo macchinoso come ragionamento… solo chi ha voglia, intenda.

Comunque, tornando alla webserie in questione, anche se a tratti il protagonista sembra una sorta di venditore di se stesso (pronto a lasciarti la sua brochure e farsi congedare!), e anche se l’interpretazione dello zombie è la più superficiale e schematica che abbia mai visto…le prime puntate strappano più di un sorriso.  ...Un ghigno, per la verità. Ed è già tanto, anche qui!

Ma via, ma via…siamo positivi. Almeno per un attimo, tra zombie e fantasmi, ci siamo sentiti a casa, pur consapevoli che la nostra mente non è tritata meno di quella di tanti altri spettatori. Siamo nel 2015, ormai è andata! Si magna quello che ci stà in tavola, e si ricaca nulla su nulla! Voto 7 pieno, e Buona visione.




giovedì 10 settembre 2015

Freaks! e le sue sorelle - genesi delle web series underground italiane


In un recente commento su un noto sito di comunicati stampa qualcuno si è lamentato che nelle top ten delle web series italiane appaiano solo produzioni ad alto budget, contravvenendo alla natura spontanea - indipendente - dilettantistica di questo genere (se si può parlare di un genere).
E’ condivisibile l’idea che le web series siano recenti manifestazioni di una possibilità creativa che è scaturita dalla diffusione della tecnologia cine-video amatoriale, inizialmente in bassa definizione e poi migliorata com'è migliorata di pari passo la cultura cinematografica dei dilettanti e la capacità di emulare le grandi produzioni, a discapito spesso di una primigenia capacità sovversiva - innovativa.

Quindi trovo giusto che per riconoscere se stesso questo presunto “genere” rispetti e rispecchi un’estetica grumosa - fluida - amatoriale - introspettiva - bizzarra e come da tradizione, vagamente “horror”. Ma non si può condannare certe series solo perché si sono evolute e migliorate, diventando dei prodotti professionali e qualche volta remunerativi. Distinguerei così tra quelle che hanno avuto una genesi dilettantistica per poi evolversi in senso televisivo, e quelle che sono nate da subito da un progetto di marketing, escludendo le seconde dalla mia indagine. Perché in questo blog o ciò che ne rimane, il clima deve restare “underground”.

La famosa serie italiana Freaks! ad esempio, prima di approdare in televisione ha avuto una stagione iniziale prodotta con un budget limitato e con situazioni tipicamente horror. È proprio questa la serie che mi ha incuriosito ad approfondire l’argomento e che pur comparendo nelle top ten si distingue da produzioni dichiaratamente broadcast (esiste ancora questo concetto?) come Milano Underground o Geekers o l’impeccabile Soma.
Consiglio di provare almeno la prima puntata della prima serie, pubblicata l’8 aprile 2011, in cui si mostra cosa è possibile fare con attori non eccelsi ma molto concentrati, impegnatissimi pur senza retribuzione. E come si può creare un clima teso e tagliente (per il pathos ma anche per l’ironia di fondo) con un po’ di trucco e mezzi minimi.
La mia indagine, se mai avrà seguito (viviamo nel tempo dell’incostanza e dell’apatia) dovrà andare oltre e scavare più a fondo nelle origini del fenomeno web series.


lunedì 10 febbraio 2014

Come vendere un'opera videoart?

Come vendere la propria opera di videoarte? per molti questo resta un mistero, sia da un punto di vista commerciale sia dal punto di vista...della riconoscibilità di un'opera come tale. Su Globartmag.com è stato pubblicato un articolo che può dare qualche risposta.

immagine tratta da http://expedientmeans.files.wordpress.com/

Esiste un vero e proprio mercato della video arte? La domanda a cui si è tentato di rispondere ad un recente talk dal titolo Videoarte e Mercato, Come Orientarsi? moderato dalla scrivente durante il Festarte Videoart Festival ha fornito valide risposte ma ha anche creato ulteriori interrogativi che non possono di certo essere dipanati in un unico appuntamento. Si sono fatti esempi di aste e vendite stratosferiche per opere di artisti del calibro di Bill Viola, Pipilotti Rist e Shaun Gladwell ma per quanto riguarda il mainstream va fatto un discorso ben più articolato. Vi sono infatti artisti che rendono pubbliche le loro opere pubblicandole su piattaforme come Youtube, altri che scelgono di venderle a tirature altissime tramite i distributors e renderle così fruibili a tutti come se si trattasse di comuni films in dvd. Vi sono invece altri artisti che puntano sulla limitatezza dei master per far alzare le quotazioni ed altri che studiano appositi packaging limited edition per rafforzare il concetto di unicità, in tal caso il cofanetto a corredo diviene un’opera nell’opera. Altro grande interrogativo è rappresentato dai supporti, in rapida evoluzione come l’intera tecnica del resto...

CONTINUA SU http://www.globartmag.com/