lunedì 9 febbraio 2015

Gli Stargates italiani e il vero Viaggio Astrale

Negli ultimi tempi alcune pubblicazioni hanno ridestato la mia curiosità nei confronti della metastoria, se così vogliamo chiamare la rivisitazione dei fatti e luoghi del passato e la messa in dubbio della percezione "ordinaria" che ne abbiamo.
A questo proposito c'è un libro, Italia Astrale di Fabio Fornaciari (Katharsia), che ho trovato davvero interessante e forse spiazzante. 
È uno di quei casi in cui non si capisce se l'autore è un genio...o un folle (non me ne voglia). La sua proposta comporta una reinterpretazione profonda del modo in cui le caste sacerdotali utilizzavano luoghi sacri, templi e chiese romaniche, antiche sepolture e piattaforme rituali.



L'esempio più eclatante sta forse in un tumulo, scoperto in anni recenti nei pressi d'Arezzo, dove esisteva un'inquietante scalinata, dagli ornamenti orientalizzanti che conduceva ad un luogo di pianta circolare. Al centro di questo spazio non sono state trovate sepolture notevoli e si pensa che potesse essere qualcosa di più di una semplice tomba. Si trattava forse di un luogo in cui i sacerdoti arcaici trovavano un contatto speciale con la dimensione divina, avviando un viaggio speciale, un "viaggio astrale", attraverso la meditazione. 
Il riferimento allo stargate della fantascienza è azzardato quanto affascinante, infatti Fornaciari sostiene che lo stargate come lo conosciamo noi (per intenderci quello dell'omonimo film) non è altro che una «corruzione materialistica» del viaggio astrale esotericamente inteso, e comporta in realtà il distacco del corpo astrale, cioè l'anima, attraverso la meditazione e il raggiungimento di dimensioni parallele o divine, ma soprattutto dell'oltretomba.

La visione di Fornaciari è radicale: a suo avviso, i mistici e in generale gli addetti ai misteri hanno sempre cercato un contatto con i defunti per poter conoscere il loro futuro, avere consigli utili per modificare la loro storia, conoscere l'esito delle battaglie e delle vicissitudini umane. 
Alcuni luoghi di cui vengono delineate caratteristiche ricorrenti, avrebbero avuto soprattutto questa funzione, quella di ospitare le meditazioni dei viaggi astrali; funzione che è stata sostanzialmente rimossa a causa della sua sovrapposizione con la negromanzia, quindi con l'eresia. 
Persino in ambito ecclesiastico cattolico, per molto tempo anche dopo il medioevo, si è proferito tali attività, si è cercato un rapporto con i propri predecessori (i santi ma anche i grandi papi e vescovi). 

L'autore ipotizza inoltre che pratiche analoghe servirono a geni come Dante o Leonardo per conoscere dimensioni future e parallele, scavalcare con la meditazione le barriere dello spazio tempo ed ottenere le loro incredibili illuminazioni.
Comunque sia, l'autore non cede mai definitivamente alle lusinghe della new age e dell'esoterismo più posticcio: ci si limita a dire che è probabile che queste pratiche fossero assolutamente diffuse, specie nell'antichià, più di quanto si pensi oggi normalmente e che quindi esse abbiano potuto influire sulle modalità costruttive e insediative dei luoghi sacri.

Vengono quindi chiamati in causa luoghi molto diversi tra loro come Castel del Monte, i santuari di San Michele, la cattedrale di Chartres ma soprattutto chiese e chiesette meno note, come quelle templari, quelle romaniche di Gropina o di Montone, o la “Madonna della Porta” Ad arezzo, dove il toponimo Porta starebbe proprio a simboleggiare la Porta astrale. Protagonisti di questi viaggi sarebbero stati non solo i “soliti geni” e i santi, ma anche figure meno note, come Suor Serafina, di cui l'autore riscopre con una certa cura l'esperienza umana.
Il climax della ricerca è raggiunto con la scoperta di una grande roccia in un luogo segreto dei boschi del monte Amiata, che sarebbe stata modellata a scopo “astrale” in epoca antichissima, e che recherebbe addirittura le tracce di misteriose reazioni chimiche...

A molti tutto questo sembrerà delirante e io stesso nel leggere ho più volte sorriso, specie nei momenti in cui l'autore sembra un po' lasciarsi “inghiottire” dalle sue stesse teorie e visioni. Ma non sono riuscito a togliermi dalla testa che, in alcuni casi, costui avesse qualche ragione, e che abbia saputo esprimere una possibilità sfuggita ai più, mostrando notevoli capacità intuitive.
Un libro che si fa leggere con leggerezza, che incuriosisce e diverte al contempo, consigliato a chiunque abbia voglia di avvicinarsi ad un argomento complesso ma a mio avviso importante...



martedì 11 novembre 2014

Cucinare draghi al forno? Meglio alla brace, come nel medioevo...

Quello che mi ha colpito di questo libretto sulla cucina dei draghi è la profondità della ricerca che coesiste con una leggera, quasi "godereccia" passione per la cucina. 
L'autore, Marco Caldarola, ha immaginato la storia di un cuoco medievale che assiste casualmente all'uccisione di un drago. Il cavaliere dragocida abbandona la carcassa sul posto e il cuoco non resiste alla tentazione di appropriarsene per cominciare subito a sperimentare. Inizialmente è stupito da se stesso e dalla sua "perversione" ma in seguito si appassionerà alla nuova arte culinaria, errando per l'Italia centrale in cerca di animali di quella specie, fino alla creazione di un ricettario gustosissimo nei dettagli e nella sintesi narrativa con tanto di varianti carnivore (nel caso il lettore-cuoco non sia riuscito a reperire carne di drago)… 

 
Il libro non è mai prolisso e mantiene sempre una notevole ispirazione: Caldarola è una sorta di chef visionario degno di assoluta considerazione.
Inoltre sono pubblicate curiose appendici, come le prime pagine di un trattato, il Liber de Culina Draconis, stampato in latino da un manoscritto del XV secolo. Il libro, da quello che ho capito, non esiste realmente. Probabilmente l'editore ha voluto tradurre la prima parte del testo di Caldarola, operazione non semplice per la necessità di rispettare lo stile di scrittura rinascimentale. Credo si tratti anzitutto di un gioco letterario, perché difficilmente un cuoco medievale avrebbe potuto cucinare draghi, considerati spesso quintessenze del maligno. Ma alcuni dati ci fanno pensare...

Nelle leggende toscane (e qui ci aiuta un altro libro della stessa casa editrice) i draghi sono spesso dei grossi lucertoloni, serpentoni da palude o "viverne" non troppo grosse…si tratta quindi di bestie la cui esistenza è plausibile, benchè ingigantita dalla fantasia popolare. Insomma, qualche pazzo avrebbe potuto cucinarli davvero. 
Inoltre il soprannome dell'autore dell'antico trattato, "Cochlearius" ("Cucchiaione"?) somiglia a quello di certi alchimisti. Non c'è dubbio che, chi avesse voluto pubblicare un libro sui draghi, avrebbe dovuto farlo "in segreto" per i motivi già detti.
Per queste ragioni e altre l'impianto del libro risulta stranamente credibile. Pure la cronaca introduttiva, che narra la scoperta del drago, riporta un fatto realmente ricordato nelle cronache di Santa Fiora (GR), in cui l'autore ha inserito chirurgicamente il personaggio del cuoco visionario. O è esistito davvero...? 

Non potevo non segnalare un libro del genere in questo mio vecchio blog dove in passato abbiamo indagato ogni genere di mostro evocato dalle fantasie popolari! 

sabato 4 febbraio 2012

Cosa mangiano i serpenti? Le mostruose raffigurazioni di Otranto

Eccezionale questa raffigurazione visibile nella cattedrale di Otranto, con un enorme serpente cornuto che divora una lepre.
L'immagine è segnalata in un interessante sito dedicato a strani animali esistiti presumibilmente nella terra d'Otranto, un testo di grande interesse per gli appassionati di criptozoologia italiana.

"Nel territorio noto sotto il nome di Terra d’Otranto, nell’estrema porzione orientale d’Italia, esistono alcuni esseri viventi la cui presenza sembra prestarsi ad essere spiegata solo con la storia passata del territorio.

Molte sono state infatti le vicende storiche che hanno collegato questa terra all’Oriente più che all’Occidente, con alterne fasi di immigrazione, emigrazione, dominazione, e con queste di esportazione e, soprattutto, di importazione....
Tutto ciò ha portato a plasmare in maniera esclusiva l’ambiente biologico di questa terra, facendo di essa un panorama unico in tutto il territorio nazionale, caratterizzata com’è da specie altrimenti assenti in qualsiasi parte d’Italia e dell’Europa centro-occidentale...more
(Site miroir du Centre d’Etude et de Recherche sur la Bipédie Initiale)

Scherzi della natura: La gazzella - barboncino alieno

Sembra una sorta di barboncino alieno con il corpo da gazzella. Si tratta di una specie sconosciuta, di un mutante baffuto o di...un esperimonto di Photoshop?
Gli avvistamenti sembrano comunque essere reali, vediamo se ci saranno nuove foto più avanti.

NAIROBI – Uno “strano” animale pelosissimo si aggira nel parco nazionale del Masai Mara nel sud ovest del Kenya. La creatura, stando a quanto scrive il mensile Oasis, avrebbe il pelo marrone scuro, lungo e sfumato di grigio, a coprire gli occhi. Due folti baffoni chiari ed una lunga barbetta ad incorniciarne il muso”. L’animale sembrerebbe una sorta di gazzella di Thompson, ma la stranezza, secondo il mensile che si occupa di fauna e flora, sarebbe proprio il pelo che la ricopre, “tanto più lungo del normale da renderla pressoché irriconoscibile. Quasi una criniera leonina sulla testa, ed un vello fitto ed ispido sul resto del corpo”. Il primo a catturarne le immagini lo scorso agosto nel parco del Msai Mara è stato un fotografo italiano Paolo Torchio rimasto incuriosito da questo quadrupede con la “testa che assomiglia a quella di un cagnolino ma ricoperta da pelo fitto”. La notizia della scoperta di questa strana creatura è stata ripresa anche dal sito che si occupa di news della Tanzania Ippmedia. Il quotidiano precisa che un animale simile sarebbe stato avvistato anche nel parco nazionale Serengeti della Tanzania.

Apcom, 14 dicembre 2010.

mercoledì 13 aprile 2011

Criptozoologia. Il rospo Bonone

A proposito di strani animali.
A volte si rimane stupiti di quello che si scopre da certe riviste o siti o programmi televisivi, e nemmeno ci accorgiamo che siamo noi, con la nostra memoria storica e quella delle nostre famiglie a poter aggiungere qualcosa di nuovo al mondo del mistero...
Così mi è venuta in mente una strana storia che ho sentito anni fa da un anziano parente ormai defunto.
La leggenda parla di un rospo che porta fortuna e che viveva nella Pesa (fiume affluente dell'Arno) nella parte più interna del Chianti (nella zona di Panzano).


Di questo animale ho trovato anche una foto, perchè questo parente era fotografo e l'ho trovato in un suo album. Il Bonone sorprende per le sue grosse fattezze e ricorda anfibi di epoche più antiche...
La foto è stata scattata l'8 settembre del 1966, difatti il Bonone appariva dopo le prime piogge settembrine. Chi lo incontrava era destinato ad avere un buon raccolto per l'anno successivo.

Negli album di questo parente che era un artista e un curioso un po' come me ho trovato altre cose interessanti dic ui parlerò più avanti.
Chi è interessato a notizie più precise mi contatti. anche se in realtà non so molto di più di quello che ho già scritto!

sabato 9 aprile 2011

Il Lago di Gerundo e il biscione di Milano


Continua la nostra avventura criptozoologica nel mondo dei mostri italiani.
Molti di questi casi provengono dal medioevo e si parla di serpenti, draghi, esser mostruosi che abitano luoghi ormai spesso scomparsi, come il lago di Gerundo.

"Il monaco Sabbio nel 1110 scrisse la storia di Tarantasio il mostro del lago Gerundo, lago scomparso nel XIII secolo, che si nutriva di bambini e uomini.
I fiumi Adda, Oglio e Serio con i loro straripamenti formavano il lago Gerundo, chiamato anche "Mare gerundo" , Gerondo o Geroso , il quale era poco profondo ma molto esteso, infatti si estendeva in parte sulla provincia di Bergamo, Lodi, Cremona e si estendeva fino ai confini di Milano.
Sul lago vi erano numerose isole, la più importante fu l'isola Fulcheria su cui si nacque la città di Crema.
La
descrizione del mostro è quella di una creatura serpentiforme, la testa enorme con grandi corna e coda e zampe palmate, sputava fuoco dalla bocca e fumo dal naso..come un drago.
Un documento del 1300 riporta la notizia di una creatura di grosse dimensioni uccisa a Lodi a cui fu dato il nome di drago Tarantasio, le cui ossa furono conservante fino al 1800.

A Milano in un affresco della chiesa di San Marco del 1200 è riportata l'immagine di un uomo vicino ad un grosso rettile simile ad una lucertola gigante che fuoriesce dall'acqua. Il Drago Tarantasio è rappresentato nello stemma di Milano, il Biscione con un bambino in bocca, dell'antica famiglia Visconti. Secondo la leggenda il drago fu ucciso da un cavaliere vicino a Calvenzano. egli era il fondatore della famiglia Visconti segue

sabato 2 aprile 2011

Mostri italiani: Il Tatzelwurm

Si chiama Tatzelwurm ed è il Drago delle Alpi.
E' stato avvistato a Salisburgo nel 1779, in Francia nel 1800, in Austria nel 1908 e nel 1921, e spesso tra la Francia e l'Italia yta il 1939 e il 1992.

Si tratta di una lucertola molto grossa, o un serpente a quattro zampe. Ha la pelle a scaglie ed occhi grandissimi, come raccontano i molti testimoni.


foto tratta da chupacabramania.com

Di questa foto si parla anche si wikipedia. "Nel 1934 un tale Balkin presentò la foto di un tatzelwurm, ma l'immagine appare un falso piuttosto grossolano. Alcuni resti di presunti tatzelwurm si rivelarono appartenenti ad animali diversi e conosciuti."